ecco qui un sintetico e bell’articolo sul respiro UJJAYI http://ashtangayogaitalia.com/2014/05/01/the-thousand-benefits-of-ujjayi-breath/

e qui di seguito un altro articolo un po’ più lungo per approfondire…

Il respiro che unisce

Yoga, filosofia di vita, ma anche strumento di guarigione. Attraverso la pratica dei suoi esercizi si stabilisce un contatto più profondo con se stessi e con l’universo. In particolare l’Ashtanga Vinyasa Yoga , con le sue sequenze simili a una coreografia permette di riappropriarsi di quelle potenzialità sia fisiche che spirituali che l’uomo occidentale sembra aver perduto.
Lavorare sulla materia per giungere alla liberazione e all’unione con l’eterno, riappropriarsi del proprio corpo per riemergere alla pienezza dell’esistenza e da qui riunirsi all’intelligenza misteriosa e superiore che regola il respiro del mondo. In questo passaggio dimora l’essenza dello yoga che, nella traduzione letterale del vocabolo sanscrito yuj, indica una condizione di unione, di “ricollegamento”, interpretabile a diversi livelli (filosofico, religioso, psicologico o anche emozionale): uno stato superiore della coscienza al quale è possibile accedere solo attraverso la pratica assidua e rigorosa di una tecnica precisa. Ovunque esista questa ricerca di un contatto con l’eterno attraverso una disciplina che richieda la massima concentrazione e il ripiegarsi sulla propria interiorità si può parlare quindi di yoga: nell’arte, nella scienza, nella filosofia. All’origine, esistevano quattro forme principali di yoga, così come vengono delineate nella Bhagavad Gita, il più autorevole testo sacro della tradizione indù: lo yoga della ricerca intellettiva (Jnana Yoga), lo yoga dell’amore diretto verso Dio (Bhakti Yoga), lo yoga della concentrazione interiore (Raja Yoga) e lo yoga dell’azione disinteressata (Karma Yoga). La forma alla quale più spesso ci si riferisce in Occidente è l’Hata Yoga, un sistema perfezionato dagli antichi saggi che, per la sua precisione e ricchezza, può a ragione definirsi scienza e arte insieme. Come afferma Elèmire Zolla, rappresenterebbe l’unico sistema in grado di “replicare” l’intelligenza del corpo, quell’intelligenza misteriosa che fa scorrere il sangue nelle vene, regola il battito cardiaco, risveglia gli anticorpi, cede sale alle ossa, in un’opera continua di “ricostruzione” dell’organismo. Dominando la respirazione e la digestione, potenziando la muscolatura, purificando ogni organo interno, l’uomo può finalmente dimorare pienamente nel proprio corpo e non limitarsi a vivergli accanto passivo e pauroso.
“Lo yoga insegna in primo luogo il movimento che sta alla base di ogni vita mistica, la concentrazione che pensa e non si lascia pensare, il movimento di ripiegamento sulla nostra interiorità che ci fa afferrare l’eterno”
(dalla prefazione di Yoga, libertà e immortalità, di Mircea Eliade)
Una disciplina che, se seguita con devozione e assiduità, può addirittura diventare un’esercizio propiziatorio per acquisire poteri straordinari e sviluppare un animo capace di attrarre magicamente ogni bene.

L’ASHTANGA VINYASA YOGA

La scienza yoga si è sviluppata in un ambiente caratterizzato da una accentuata interiorità e da una profonda sensibilità spirituale, lontano, anzi, remoto nel tempo e nello spazio rispetto alla nostra realtà, ma proprio per la sua validità universale e grazie all’impegno di grandi maestri, ha potuto preservarsi nel corso dei millenni e diffondersi in tutto il mondo. Un lavoro immane che ha permesso e consente tuttora anche all’uomo occidentale di attingere alla saggezza degli antichi indù. Uno dei testi fondamentali è rappresentato dallo Yoga Korunta, scritto da Rishi Vamana in un periodo tra 1500 e 5000 anni fa e riscoperto nella biblioteca universitaria di Calcutta dai maestri T. K. Krishnamacharya e da Sri K. Pattabhi Jois. Da questo preziosissimo reperto storico ha avuto origine la pratica dell’Ashtanga Vinyasa Yoga, considerato la forma tradizionale dello Hata Yoga, elaborata e tramandata appunto dai suoi “scopritori” insieme agli allievi Indra Devi, B. K. S. Iyengar e Desikachar. Tra loro, solo K. Pattabhi Jois insegna tuttora il metodo tradizionale, al punto che può essere l’unico maestro vivente delle sei serie estratte dal manoscritto, di circa 30 posture l’una. La prima è considerata terapeutica e corregge l’allineamento del corpo. La serie intermedia lavora sul sistema nervoso, favorendo l’apertura dei canali energetici. La serie avanzata agisce in profondità, e richiede maggiore forza, flessibilità ed equilibrio.

OTTO PASSAGGI VERSO LA PERFEZIONE

L’essenza di questa affascinante forma di yoga è nella sua stessa definizione. Ashtanga significa “otto livelli” e indica gli otto aspetti dello yoga così come lo spiega Patanjali (grande studioso di yoga) nello Yoga-Sutra (300-250 a.C.):
YAMA – regole etiche
NIYAMA – discipline corporali e psichiche
ASANA – posture
PRANAYAMA – estensione del respiro interno
PRATYAHARA – controllo dei sensi
DHARANA – concentrazione
DHYANA – meditazione
SAMADHI – realizzazione, beatitudine.
Ogni livello deve essere assimilato alla perfezione prima che si possa accedere al successivo. Nello Yoga Sutra è infatti scritto : “Prima devi eseguire un asana perfetto, poi puoi praticare pranayama: controlla l’inspirazione e l’espirazione, regola il respiro, trattieni e lascia andare il respiro”. E ancora Sri K. Pattabhi Jois : “Quando il respiro è perfetto, la mente è sotto controllo. E questo è tutto: controllare la mente mantenendo uguale il rapporto tra inspirazione ed espirazione e seguendo il respiro con la mente. Una volta raggiunta la perfezione dei primi quattro stadi esteriori, segue automaticamente la parte interiore”. Anche l’ordine degli asana deve essere rispettato ed eseguito alla perfezione, perché ogni posizione ha un particolare effetto, che può essere bilanciato e rafforzato dalla posizione successiva, in modo da accumulare e potenziare gli effetti complessivi della sequenza. L’ordine degli asana è dato dal Vinyasa. E qui scopriamo il cuore di questa disciplina, il termine Vinyasa, che significa movimento nel respiro: la pratica è infatti caratterizzata da una sequenza precisa di posture collegate e concatenate tra loro dalla sincronizzazione del respiro, quasi come una coreografia. L’uso cosciente del respiro è infatti l’aspetto distintivo di questo insegnamento e viene enfatizzato continuamente, più che in ogni altra disciplina yoga, al punto che si può parlare di una “scuola del respiro” che, acquisendo nel tempo la perfetta padronanza degli asana, diventa una vera danza fluida e vitale. L’attenzione di chi pratica deve essere infatti mantenuta costantemente sul respiro, sul numero di inspirazioni ed espirazioni da eseguire in e tra ogni postura e sulla loro lunghezza, che naturalmente si incrementerà con la pratica.

RESPIRARE È VIVERE

Secondo l’insegnamento di T. Krishnamacharya e S.K. Pattabhi Jois l’atto stesso del respirare, nella pratica dello yoga, può essere interpretato come un dialogo continuo con Dio contraddistinto da quattro fasi diverse: l’inspirazione è l’inspirare dalla sua essenza, il trattenere è un momento di profonda meditazione perché si è con Lui, l’esalare è un movimento verso Dio e il momento finale, il trattenere dopo l’espirazione, è l’arrendersi a Dio. Ma restando in un ambito più terreno, la respirazione è semplicemente il più grande e fondamentale atto vitale.
“Chi respira male si dibatte sempre in mezzo a innumerevoli difficoltà: affetti, salute, professione. Purtroppo, tutti respiriamo più o meno male…”
(Andrè Van Lysebeth)
A portare ossigeno, espellere anidride carbonica, eliminare rifiuti, pompare il sangue nei tessuti di tutto il corpo: questa è solo una parte delle innumerevoli funzioni collegate a un breve, troppo spesso incompleto respiro. Infatti, se si paragonasse il modo di respirare di uno yogi con quello di un non iniziato, si noterebbe la stessa differenza che c’è tra un campione di nuoto e un bambino che sguazza nell’acqua, sprecando energia in quantità e galleggiando a mala pena. Non a caso gli yogi misurano la durata della vita umana in base al numero più o meno fisso di respirazioni che ognuno di noi ha a propria disposizione: secondo Pattabhi Jois se si impara a controllare il respiro, si può vivere fino a 125 anni! La lunghezza della vita dipende dal ritmo del respiro: più la respirazione è profonda, lenta, facile, più lunga è la vita. E anche incredibilmente più bella: molteplici sono i benefici che Swami Shivananda attribuisce alla respirazione yogica.
“Il corpo diventa forte e sano; il grasso superfluo scompare, il viso si fa luminoso, gli occhi scintillano e un fascino particolare emana da tutta la persona. La voce diventa dolce e melodiosa. L’adepto è immune da ogni malattia; la digestione si svolge con facilità. Il corpo si purifica interamente e la mente diviene calma, obbediente. La pratica costante risveglia le forze spirituali latenti, apporta felicità e pace”.

LO YOGA CHE GUARISCE

Ecco che allora la pratica dello yoga diventa anche un formidabile strumento di guarigione, adempiendo a uno dei suoi scopi primari, che in sintesi si possono riassumere così: raggiungere il senso del potere attraverso lo sviluppo della forza muscolare, un’occasione per conoscere la divinità e, molto praticamente, risolvere problemi specifici, quali eliminare le impurità e liberare le nadi, i canali attraverso i quali scorre l’energia. Secondo i saggi yogi, per imparare a vivere una dimensione “più divina” è essenziale disporre di una buona salute e di un corpo forte, perché uno stato di malattia può pregiudicare la tranquillità mentale. Il metodo scientifico del Vinyasa Yoga consente il raggiungimento del benessere fisico e mentale attraverso la pratica di una particolare respirazione dolce, profonda e forte, definita ujjayi: la gola deve essere rilassata e aperta, mentre producendo una leggera chiusura della glottide si emette un suono al passaggio dell’aria. Questa respirazione specifica (ujjayi breathing), praticata unitamente alla contrazione (Bandha) dell’ano e dell’addome, determina un intenso calore interno che a sua volta causa una notevole sudorazione: maggiore è la sudorazione, più profonda è la pulizia e più tossine si eliminano attraverso la pelle. I maestri di Ashtanga Vinyasa Yoga consigliano, durante la pratica, di non asciugare il sudore con una salvietta, ma massaggiarlo sul corpo, per consentire il riassorbimento di sali minerali e ormoni che altrimenti andrebbero perduti. Il sudore agirebbe così da solvente per le impurità, eliminando le tossine nocive all’organismo e trasformando un atto apparentemente “fisico” in un passaggio verso la purificazione. Dicono i saggi:
“dove non è sforzo, non c’è effetto”
Fatica, sudore, forza: è un quadro insolito rispetto all’immagine tradizionale dello yoga – armonioso e rilassante – cui siamo abituati. Insolito ma carico di energia, quella stessa che a sua volta ne richiama e produce altra in un circolo continuo e vitale che spazza via le impurità, rinforza il sistema nervoso e rende più chiara e lucida la mente.
“Questo significa che ovunque tu guardi, vedi Dio: tutto il mondo per te allora diventa colorato di Dio”
(Sri Pattabhi Jois)

L’ESPERIENZA

La classe inizia con un mantra che viene recitato tutti insieme per invitare la mente a fermarsi sul momento presente e sulla pratica, caratterizzata fin dall’inizio da un approccio unico: i saluti al sole A e B. I Suryanamaskara sono intesi per scaldare il corpo e concentrarsi sempre di più sul respiro, fondamentale per l’esecuzione di ogni asana. Il maestro guida la classe in ogni passaggio, in ogni fase del respiro, chiamata attraverso il conteggio del Vinyasa. Così l’allievo si abitua ad allineare il corpo e la mente nelle varie posture, rispettando il respiro e il movimento che le unisce. Nei momenti più difficili, il maestro interviene “fisicamente” sull’allievo, aiutandolo praticamente a superare, per quanto possibile, i propri limiti. Vivere una sessione di questa pratica proietta in una dimensione del tutto inaspettata ed insospettabile dello yoga, lontana mille respiri dalle posizioni rilassanti cui siamo soliti collegare questa disciplina. Energia, forza, fatica, sudore sono le parole che meglio definiscono quell’atmosfera. Un’energia che si respira, che si ascolta, che si sente circolare dentro, una forza che cresce e abbatte i cancelli della paura, lasciando un senso di potere che può essere paragonato all’euforia di un traguardo raggiunto. Un breve, intenso assaggio di come potrebbe essere la vita. Più che fare pratica il gruppo si allena insieme, dove la parola “insieme” assume il suo significato più bello: dopo una prima fase in comune, ognuno ripete la serie individualmente, concentrato nel proprio respiro e al tempo stesso sostenuto dall’energia dei compagni. Mentre si insiste sui movimenti da migliorare, seguendo il proprio cammino, il “suono” del respiro degli altri accompagna e incita, la fatica che vibra in chi ti sta accanto è un invito a farcela, a superare i tuoi limiti, a raggiungere un punto più lontano. La cadenza “sonora” del respiro diventa come un mantra collettivo, da cui ognuno stacca il proprio respiro, restando però insieme agli altri, cogliendone le vibrazioni. C’è armonia nel gruppo, grazie anche alla presenza del maestro, perché la competizione è solo con se stessi: chi è più avanti è solo un esempio di dove si può arrivare, una prova di che cosa si può ottenere. L’importante non è fare posizioni impossibili o estreme, ma avanzare di un centimetro rispetto al proprio massimo e, passo dopo passo, avvicinarsi alla perfezione. A volte ti coglie la paura, un blocco che prima di essere fisico è mentale: e magicamente il maestro è lì proprio quando scatta la tensione e con decisione ti spinge a superarla, a scioglierla con il respiro, a riappropriarti delle tue sensazioni. Allora ti accorgi del calore che cresce internamente, dell’energia che finalmente puoi richiamare e dirigere dove vuoi, dei muscoli che non sapevi di avere. Ti rendi conto della purezza del sudore e di come sia facile liberarsi dei pesi inutili, del dolore, dei ricordi. E nel tuo sentirti un tutto unico, armonico e stupendamente vivo, realizzi cosa significa essere veramente dentro il tuo corpo, e non limitarsi a passargli accanto.
 di Silvia Cadeo – Essere

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