“Practice and all is coming”

“Pratica e tutto verrà” è un motto degli ashtanghisti; questa frase era la risposta di Pattabhi Jois a molte domande.
Ma cosa significa?
Molte persone nella pratica di ashtanga, ma non solo, si trovano ferme su alcune posture e sembrano non andare avanti, si sentono limitate, magari ferme lì da qualche anno… Allora cosa significa che non arriva nulla?
Precisiamo fin da subito che la pratica non è solo la parte fisica, quella è solo la punta dell’iceberg, alla quale si dà molto importanza solo perché è la più visibile.
Il principiante o il neofita vedono le posture e i movimenti tra di esse e giudicano la persona più o meno brava a seconda della flessibilità, della forza e del controllo del movimento. Questo è normale per chi ancora non è entrato dentro alla pratica. Chi infatti la conosce intimamente, profondamente, non guarda sopra la superficie dell’acqua, ma si inabissa e cerca la parte sotto, quella che sostiene e dà corpo. Inoltre chi conosce la pratica perde totalmente l’uso della parola: bravo/a.

Cosa sostiene la pratica?

Il respiro in primis. A volte si vedono praticanti che ancora trattengono il respiro, con apnee nei salti e nei movimenti o in alcune parti delle posture, altre volte si dimenticano addirittura la fase respiratoria e inspirano nei movimenti dove dovrebbero espirare o il contrario. Il respiro poi deve essere sonoro ma non forzato, per arrivare a fare un buon Ujjayi è normale che all’inizio ci si sforzi, ma poi va reso sottile, profondo, udibile, ma non sforzato, spesso si sentono respiri troppo forti, che raschiano in gola che producono troppo sforzo e quindi non sono confortevoli, morbidi.
Il respiro va unito ai bandha, in particolare all’uddyana bandha e al mula bandha.

Queste sono le chiavi del sistema, non sono cose secondarie, il movimento da solo non serve, deve essere legato al respiro, in uno sposalizio armonico, questo è il VINYASA.

Prima di esercitarsi in posture avanzate bisognerebbe dedicare moltissimo tempo al perfezionamento del respiro Ujjay, unirlo ai bandha in modo indissolubile, nel frattempo va applicato e conosciuto il vinyasa, il corretto movimento in ogni singola postura.
Come si fa questo studio?
Attraverso la pratica, infatti sentirlo, leggerlo e sentirselo ripetere durante la pratica o vederlo può essere utile, ma non basta.
L’ashtanga vinyasa yoga è una pratica molto potente, che può guarire il corpo fisico, emotivo e mentale, ma per farlo va praticata e questo va fatto quotidianamente. Tutti possono fare questa pratica, non ci sono limiti di età o fisici che non sono superabili (guardate qui ad esempio).
Un altro esempio:
una praticante a Latina è arrivata in shala molto motivata, ma con un polso rotto da più di un anno causa incidente e l’impossibilità di appoggiarsi su di esso, non poteva fare né chaturanga, né il cane a faccia in giù, la sua pratica è stata inizialmente solo esercizi per i polsi, con pazienza e perseveranza lei li ha fatti TUTTI i giorni, dopo brevissimo tempo fa la sua pratica, con un bel chaturanga e un ottimo cane a faccia in giù!!!
Infatti è la ripetizione, la costanza che ci porta ai massimi benefici.
La pratica è bella e porta comunque benessere anche se svolta una tantum, ma inutile mentire, se volete godere dei benefici di questa come di qualunque pratica, va fatta quotidianamente.
Il respiro, il vinyasa rendono il sangue fluido, caldo, abbiamo un’eliminazione quotidiana di tossine, un corpo che ogni giorno attraverso il movimento e il respiro si pulisce, si fortifica e diventa più flessibile, ma se questo lo faccio una o due volte a settimana è molto diverso…

Facciamo un po’ di conti:

– una persona che pratica una volta a settimana pratica più o meno una cinquantina di volte all’anno, questa è una stima ottimista, perchè in un anno ci sono 52 settimane, ma poi c’è la settimana dove non posso andare il giorno che ho stabilito per un imprevisto, poi ci sono le settimane di vacanza e varie ed eventuali, diciamo che 50 pratiche sono una stima molto ottimista. Questa persona si ritrova a fare 150 pratiche in tre anni, bene che gli vada!

– una persona che pratica due volte a settimana raddoppierà rispetto alla prima, cioè in una stima ottimista praticherà 100 volte in un anno, farà quindi in tre anni 300 pratiche.

 – una persona che pratica tutti i giorni, calcolando che ci sono 365 giorni in un anno e che si pratica sei giorni su sette, quindi togliamo 52 giorni di non pratica, abbiamo 313 giorni di potenziale pratica!!!
 Togliamoci ancora 13 lune, infatti secondo tradizione indiana durante la luna piena e la luna nera non si pratica, quindi abbiamo 313 meno 26 quindi abbiamo 287 giorni di pratica.
Quindi abbiamo un po’ meno di 300 pratiche all’anno, questo significa che se ho una postura che mi limita, su cui ho delle difficoltà, se pratico ashtanga, che è caratterizzata da delle serie fisse, se la postura si trova nella prima serie significa che la farò 300 volte circa in un anno, ma non solo significa anche che prima di quella postura farò, sempre circa 300 volte in un anno, tutte le posture precedenti alla postura che non mi viene bene, le posture prima sono tutte importanti, preparatorie, infatti la serie e studiata in modo che le posture preparano a quelle successive. Ancora significa che avrò fatto quanti respiri e quanti vinyasa al giorno? Ogni singolo giorno il respiro e il vinyasa lavorerà all’esterno e all’interno per modificarmi, trasformarmi.
Provate a contare quanti chaturanga fate in ogni singola pratica, quanti jump through e jump back,  capite come le braccia diventano più forti, le spalle e come la schiena si fortifica e si espande…

Molti mi chiedono come posso fare a rinforzare le braccia? Oppure, come imparo a saltare attraverso le braccia? O ancora che esercizi posso fare per imparare meglio un passaggio o aiutare un’asana, capite che poi con un sorriso mi viene in mente Pattabhi e capisco la sua risposta sempre uguale, non ci sono trucchi particolari, ma solo la pratica, pratica e pratica.

pratica
grazie